26) Blondel. La necessit dell'azione.
Per Maurice Blondel (1861-1949) l'uomo si sente circondato da
misteri e sente un grande desiderio di comprendere. Fra quello
che so, quello che voglio e quello che faccio c' sempre una
sproporzione inesplicabile e sconcertante. Ma l'azione  una mia
necessit; essa  inevitabile.
M. Blondel, L'azione, traduzione italiana a c. di R. Crippa, La
Scuola, Brescia, 1970, pagine 3-10.
Si o no? Ha o non ha un senso la vita umana? E l'uomo ha un
destino? Agisco, ma, senza sapere che cosa sia l'azione, senza
aver desiderato di venire al mondo, non so chi sono e nemmeno se
sono. Eppure mi si dice che quest'apparenza di essere che si agita
in me, che queste lievi e fugaci azioni di un'ombra implichino una
responsabilit che peser in eterno e che nemmeno a prezzo del
sangue potr comperare il nulla, poich per me il nulla non  pi:
sono condannato alla vita, condannato alla morte, condannato
all'eternit. Ma come e con quale diritto, se non l'ho n saputo
n voluto?.
Voglio vederci chiaro. Se c' qualcosa da vedere, debbo vederla.
Sapr forse se questo fantasma che sono a me stesso - con questo
universo che porto nello sguardo, con la scienza e la sua magia,
con il sogno strano della coscienza, - possiede oppure no una sua
consistenza. Scoprir senza dubbio ci che si cela nei miei atti,
in quelle profondit estreme dove, senza di me, mio malgrado,
subisco l'essere e a esso mi aggrappo. Sapr se del presente e
dell'avvenire, quali che siano, possiedo una conoscenza e una
volont che mi consentano di non sentirvi mai tirannia alcuna.
Il problema  inevitabile, l'uomo lo risolve inevitabilmente e la
soluzione, giusta o falsa, ma volontaria e insieme necessaria,
ognuno la porta nelle sue azioni. Per questo bisogna studiare
l'azione il significato stesso del termine e la ricchezza del suo
contenuto si dispiegheranno a poco a poco. E' bene prospettare
all'uomo tutte le esigenze della vita, tutta l'occulta pienezza
delle sue opere, perch in lui si consolidi, con la forza di
affermare e di credere, il coraggio di agire.
[...] Non mi rimarr almeno la speranza di condurmi, volendo, in
piena luce e di governarmi secondo le mie idee? No. La pratica non
tollera indugi, non consente mai un'assoluta chiarezza, non
essendo possibile un'analisi completa a un pensiero finito. Ogni
regola di vita unicamente fondata su una teoria filosofica e su
principi astratti sarebbe temeraria: non posso rimandare l'azione
fino al raggiungimento dell'evidenza e ogni evidenza che riluce
alla mente  sempre parziale. Una pura conoscenza non basta mai a
farci muovere, perch non ci impegna nella nostra totalit in ogni
atto c' un atto di fede. Potr fare almeno quello che ho deciso
di fare, qualunque cosa sia, nel modo deciso? No. Fra quello che
so, quello che voglio e quello che faccio, c' sempre una
sproporzione inesplicabile e sconcertante. Le mie decisioni vanno
spesso oltre i miei pensieri e i miei atti oltre le mie
intenzioni. Ora non faccio ci che voglio, ora, quasi a mia
insaputa, faccio quello che non voglio. E tali azioni da me non
completamente previste e non interamente ordinate, una volta
compiute, pesano su tutta la mia vita e agiscono su di me, si
direbbe, pi di quanto io stesso non abbia agito su di esse. Mi
trovo quasi a essere loro prigioniero: talvolta mi si rivoltano
contro, come un figlio ribelle contro il padre. Hanno fissato il
passato e gi incidono l'avvenire.
[...] Non si ripeter mai abbastanza: nessuna difficolt di fatto,
nessun dubbio speculativo possono legittimamente sottrarre
chicchessia a questo metodo pratico che, sin dall'inizio, sono
obbligato e deciso ad applicare.
Mi si chiedono testa e cuore e braccia. Sono pronto;
sperimentiamo. L'azione  una necessit; agir. L'azione m'appare
spesso come un obbligo; obbedir. Tanto peggio se  illusione,
pregiudizio ereditario, residuo di educazione cristiana: ho
bisogno di una verifica personale e verificher a ogni costo.
Nessun altro pu fare questo controllo al mio posto; si tratta di
me e della mia totalit; nell'azione metto me stesso e il mio
tutto. Possiedo solo me stesso; le vere prove, le vere certezze
sono quelle che non si comunicano. Viviamo soli moriamo soli e gli
altri non possono farci nulla.
Novecento filosofico e scientifico, a cura di A. Negri, Marzorati,
Milano, 1991, volume I, pagine 756-758.
